Sostenibilità fiscale o Finanza funzionale?

Posto il link della mia tesi di laurea triennale per intero.

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TESI

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Debito pubblico, un onere reale?

Siamo tutti convinti che, come per legge di natura universale, ogni stato debba mettere i propri conti in ordine, esattamente come un buon padre di famiglia. Perché se un padre di famiglia si indebita, espone la sua famiglia a un rischio il cui onere grava anche sulle spalle dei figli. Così, si pensa, anche il governo se si “indebita” pone un tale onere sulle spalle dei propri cittadini. Tale metafora è scientificamente infondata e molte volte priva di senso. Non fa alcuna distinzione tra sistemi monetari cosiddetti sovrani e non. Non tiene in considerazione che pressoché tutta la moneta al mondo oggi è “fiat” (dal latino), cioè creata semplicemente dal nulla, tramite impulsi elettronici dai computer dei ministeri del Tesoro e delle Banche Centrali.

La scuola economica della Mosler Economics-Modern Money Theory spiega tutto ciò, e rivela verità talmente ovvie e ragionevoli da sembrare assurde per quanto sono scontate. Ormai in Italia se ne parla da tempo. È stata “scoperta” per la prima volta e diffusa nel Paese dal giornalista, ex reporter Rai, Paolo Barnard, il quale ultimamente l’ha portata anche in TV nel programma “La Gabbia” de La7. Di seguito un estratto della mia tesi di laurea triennale (2014) che chiarisce come in uno stato monetariamente sovrano il debito pubblico non possa costituire in alcun modo un onere, anzi.

Il presente approccio viene anche detto Tax-Driven Money, in quanto si assume che la domanda di moneta trae origine dalle passività fiscali imposte dal governo. […]. Infatti, poiché la moneta con cui vengono pagate le imposte o acquistati i titoli governativi deve necessariamente provenire dal governo (Tesoro e Banca centrale considerati in solido), che ne è il monopolista d’emissione, la spesa pubblica deve logicamente venire prima della tassazione, non essendo più, in tal modo, vincolata da essa, bensì indipendente. […]. In tale logica, l’imposizione fiscale, lungi pertanto dall’essere uno strumento di “finanziamento” della spesa pubblica, oltre che a generare la domanda per la valuta e a dotarla di generale accettabilità, diviene un mero strumento di controllo della politica economica (in ossequio alla finanza funzionale) e di perequazione. […]. Pertanto non può essere valido nessun tipo di vincolo di bilancio governativo, in ossequio alla finanza funzionale. Gli unici vincoli che deve affrontare un governo sono di natura economica, non finanziaria, cioè le risorse reali disponibili e l’inflazione (Mosler 1995, 2010; Bell 2000; Nersisyan e Wray 2010) o, al limite, vi possono essere limiti autoimposti volontariamente, per prassi burocratiche ecc. […].

Il concetto di onere intergenerazionale del debito pubblico, come visto, fu affrontato da Buchanan (1958) e in seguito sono succedutisi diversi contributi e affinamenti da parte di altri autori (Bowen et al. 1960; Diamond 1965; Auerbach et al. 1991). Già Lerner (1959), nella sua recensione al lavoro di Buchanan (1958), aveva fatto notare che in realtà l’attacco di Buchanan […] era secondo lui un «finto attacco contro degli spaventapasseri», in quanto dettato puramente da sofismi terminologici. In primo luogo, infatti, Lerner evidenzia che già sin dall’inizio dell’analisi di Buchanan può esplicitamente ravvedersi la differenza radicale e inconciliabile di approccio rispetto alla “nuova ortodossia”, ovverosia la scelta in favore dell’individualismo metodologico in luogo dell’olismo. Laddove Lerner e i suoi aderenti argomentavano circa la non esistenza di un onere per l’economia nel suo complesso (purché si tratti di debito pubblico interno) — cosa non smentita da Buchanan —, Buchanan si occupa dell’onere sui futuri taxpayer. Lo “spaventapasseri” principale di cui parla Lerner sarebbe pertanto il ritenere che i sostenitori della “nuova ortodossia” argomentassero come se vi fosse anche la non sussistenza di un onere per i contribuenti futuri, oltre che per l’economia nel complesso. Quello che Lerner e gli “olisti” suoi proseliti potrebbero indicare come onere dell’indebitamento pubblico per l’economia nel complesso, può dovere provenire dai suoi effetti “secondari”, comunque non necessari, e non “primari” (alla stregua di Buchanan, cioè dovuti all’esistenza stessa del debito pubblico). Uno di essi è ad esempio il possibile maggiore consumo indotto da un immediato “effetto ricchezza” sul pubblico — che non è assoggettato all’altrimenti imposizione fiscale —, che dunque sottrae risorse all’investimento (in ipotesi di piena occupazione), lasciando quindi la società futura con minore accumulazione e ricchezza, dunque con un onere reale. Oppure potrebbe essere l’uso inefficiente delle risorse così racimolate, in relazione agli usi alternativi che si avrebbe potuto farne se, ad esempio, il progetto fosse stato intrapreso da mani private; ma questi sono sempre effetti che si manifestano dopo il ricorso al debito e non sono neppure legati all’esistenza dello stesso, essendo valutazioni di merito o giudizi di valore. […]. Lerner (1948) infatti già aveva evidenziato come comunque il rimborso del debito interno, mediante la tassazione, sia pur sempre un trasferimento di risorse da alcuni individui ad altri individui della stessa società, ovvero una questione circa la distribuzione della ricchezza, per cui l’asserzione che l’indebitamento pubblico implichi un peso sulle spalle dei propri “figli” sarebbe a rigore scorretta. […]. Egli quindi accusa tale visione di fomentare in qualche modo, magari non intenzionalmente, la c.d. fallacia della composizione nell’opinione pubblica, dando l’illusione ottica che ciò che valga per la parte valga per il tutto. In poche parole, secondo la concezione lerneriana, si può certo ammettere che l’esistenza di un debito pubblico interno non costituisca in generale un miglioramento paretiano, ma non che esso possa implicare un onere reale per le generazioni a venire (intese come società nel complesso). Fin qui, tuttavia, sembrerebbe che la questione circa l’effettiva presenza di un onere sulle generazioni future dipenda dalla preferenza per il considerare l’economia nel complesso o la sfera dei singoli individui isolatamente considerati, ricadendo dunque nel calderone dei giudizi di valore, filosofici, metodologici ecc. Inoltre, il ragionamento di Lerner cadrebbe del tutto nel caso di un debito pubblico esterno, specie se in quota non irrilevante, un caso niente affatto estraneo alla realtà dei fatti odierna. Per di più, nel modello di Diamond, posto all’interno di un contesto a generazioni sovrapposte, si è visto che in realtà in almeno due casi su tre l’esistenza di un debito pubblico (sia interno che esterno) impoverisce l’economia nel futuro proprio nel senso indicato da Lerner come effetti “secondari”.

È a questo punto che rientra in campo la critica prettamente neocartalista o della ME-MMT. Tutte le asserzioni elencate sopra, infatti, presuppongono il “postulato” del pareggio di bilancio. Ossia, che il debito pubblico in qualche modo viene ripagato interamente tramite il ricorso all’imposizione fiscale. Tuttavia, se cade l’assunto che il governo debba soddisfare un vincolo di bilancio, ma che i proventi dell’imposizione fiscale invece sono utilizzati (discrezionalmente) dal policy-maker per stabilizzare il ciclo economico o per raggiungere obiettivi di politica economica (quali la riduzione del tasso d’inflazione), allora non si può stabilire esattamente chi e quanto dovrà essere soggetto a tassazione, essendo l’imposizione fiscale in essenza una variabile casuale, non deterministica e non prevedibile a priori. E se non c’è alcun taxpayer, non c’è nessun onere; allora tutti gli argomenti di cui sopra non reggono più, sia in presenza di debito pubblico interno che di debito pubblico esterno. Per di più, dato che la leva dell’imposizione fiscale è dunque slegata dal finanziamento della spesa pubblica, parlare di un “onere del debito pubblico” non ha più neppure un senso logico, semplicemente perché non può essere collegato nessun onere a nessun atto d’indebitamento governativo, a maggior ragione se esso è ontologicamente l’attivo finanziario del settore privato (Godley, 1996) e nient’altro che questo. Pertanto, la spesa a deficit non implica un’eguale tassazione in futuro (Mosler e Forstater, 1998).

Riferimenti bibliografici

Bell, S., “Do Taxes and Bonds Finance Government Spending?”, Journal of Economic Issues, Vol. 34, No. 3 (Sep., 2000), pp. 603-620.

Bowen, W. G., Davis, R. G. e Kopf, D. H., “The Public Debt: A Burden on Future Generations?”, The American Economic Review, Vol. 50, No. 4 (Sep., 1960), pp. 701-706.

Buchanan, J. M., Public Principles of Public Debt: A Defense and Restatement, Homewood, Ill.: Richard D. Irwin, 1958; in The Collected Work of James M. Buchanan, Vol. 2, Indianapolis: Liberty Fund, 1999.

Diamond, P. A., “National Debt in a Neoclassical Growth Model”, The American Economic Review, Vol. 55, Issue 5 (Dec., 1965), pp. 1126-1150.

Fullwiler, S. T., “Interest Rates and Fiscal Sustainability”, Journal of Economic Issues, Vol. 41, No. 4 (Dec., 2007), pp. 1003-1042.

Godley, W. (1996), “Money, Finance, and National Income Determination: An Integrated Approach”, Working Paper No. 167. Annandale-On-Hudson, NY: Levy Economics Institute of Bard College.

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Nersisyan, Y. e Wray, L. R. (June 21, 2010), “Does Excessive Sovereign Debt Really Hurt Growth? A Critique of ‘This Time Is Different’, by Reinhart and Rogoff”, The Levy Economics Institute Working Paper, 2013, 603.

Wray, L. R., Understanding Modern Money: The Key to Full Employment and Price Stability, Edward Elgar: Cheltenham, 1998.